
SAN COSTANTINO CALABRO – Arte, fede, affetto di padre e di marito, desiderio di “scoprire” l’essenza vera del destino dell’uomo. Forse tutto questo (e altri sentimenti ancora che appartengono all’intimo della persona) si è respirato nella cerimoma di inaugurazione dei Crocefisso, opera dello scultore Mico Famà, che nel pomeriggio di sabato santo ha voluto inaugurare nel giardino di casa, in contrada Rinuso.
Alla semplice quanto significativa cerimonia, oltre al parroco don Salvatore Albanese che ha benedetto la scultura, anche don Filippo Ramondino, direttore dell’archivio storico diocesano e sacerdote dalla profonda cultura, e altre persone che hanno voluto partecipare ad un avvenimento che nella sua sobrietà ha un alto valore simbolico ed affettivo. Un’opera, il Crocefisso, che nella sua essenzialità diventa il simbolo della sofferenza umana del Dio, che ha scelto di sacrificare la propria vita per salvare l’umanità, a cui ha donato, però, la certezza della Resurrezione. Misteri che hanno sempre accompagnato l’esistenza di ogni cristiano, anche quella di Mico Famà, che, per l’occasione ha voluto leggere una “Lettera a Gesu Nazzareno”, un tenerissimo messaggio di un figio al Padre celeste, di un amico che non ha smesso mai di cercare . “Caro Gesù — scrive l’artista – da bambino appena nato mi hanno portato in braccio da te per farmi battezzare, e non ti potevo conoscere e neppure amare. Da ragazzo ancora imberbe e tanto monello , incominciai a frequentare la chiesa, servendo messa, partecipando a canti religiosi e funzioni sacre in veste di chierichetto, senza mai incontrarti. Ti ho cercato ovunque, perfino nei lunghi corridoi e nelle fredde e silenziose aule del Seminario, e non ti ho trovato”. Una ricerca che, da adulto, è proseguita, senza risultati, attraverso l’utopia marxista (“anch’essa si è rivelata una colossale delusione”). “Poi – scrive Famà, quando tutto e crollato sotto i colpi inesorabili del piccone della storia – mi apparve la tua figura seguita da folle immense: amatevi gli uni con gli altri, come io ho amato voi, amate il prossimo vostro come voi stessi”. In queste parole l’autore di “Parole di pietra” dice di avere incontrato il suo “amico” tanto cercato, dice di avere capito che “l’unica voce al mondo capace di salvare l’umanità dalle miserie umane, dalle ingiustizie, dalle corruzioni, era e lo sarà sempre la voce di Gesù di Nazareth”. E’ da Lui, da quel senso creativo dell’arte che il figlio di Dio gli ha dato, che è nato il Crocefisso e di avere fissato nel suo volto “la drammaticità dell’attimo in cui, colto dallo sconforto e dal dolore, prima di emanare l’ultimo respiro, alzasti gli occhi al cielo per cercare tuo Padre e dirgli: Padre, perché mi hai abbandonato?”. Una lettera che si conclude con la promessa di “vivere i nostri giorni degnamente, secondo le coordinate tracciate nelle pagine del Vangelo, unica guida che ci conduce sulla via del Bene e dell’Amore”. Piene di tenerezza le ultime parole della lettera: “Per me nulla ti chiedo, perché non so pregare. Ma considerando che ormai dall’alto della Croce domini questo orto, la mia casa, gia che sei diventato il mio amico Nazzareno, permettimi di esprimere un solo desiderio: insegnami a pregare”. Prima del termine della sobria e coinvolgente cerimonia, il desiderio di ripetere questo incontro anche l’anno venturo.